Rinascimento scolpito:
Maestri del legno tra Marche e Umbria

Camerino 5 maggio 5 novembre 2006
Convento San Domenico


La mostra trae spunto dall’incantevole immagine della Madonna di Macereto, una delle più memorabili raffigurazioni dell’amore materno che abbia trasmesso il Rinascimento, e dall’enigma irrisolto del suo autore: a lungo gli storici dell’arte si sono a lungo interrrogati sull’autore e l’anno di esecuzione dell’immagine venerata nello splendido tempio eretto nel ‘500 su un suggestivo pianoro dei Sibillini ed ora protetta nel Museo di Visso. A questa immagine hanno rapportato numerose altre sculture diffuse nel territorio umbro-marchigiano prossimo a Camerino, ispirate allo stesso sentimento devozionale e plasmate con lo stesso rigore formale. Ultimamente alcune son parse riferibili a tre artefici: Domenico Indivini di Sanseverino Marche, celebre soprattutto per il coro della Basilica superiore di Assisi, il figlio adottivo Sebastiano di Appennino, castello camerte ora in territorio del comune di Pievetorina, e lo scultore Lucantonio di Giovanni di Camerino.
Al di là dei problemi d’attribuzione, la mostra offre al visitatore l’opportunità di scoprire un patrimonio figurativo meno noto di quello pittorico, ma non meno pregevole per qualità e fascino. Le suggestive immagini provengono da chiese per lo più minuscole, difficilmente raggiungibili e non aperte con continuità al pubblico: raffigurano santi e Madonne col Bambino che soddisfacevano per le popolazioni il bisogno di dar forma concreta ai destinatari delle preghiere, preghiere elevate per scongiurare i pericoli d’una vita singolarmente precaria, insidiata da epidemie ricorrenti, malattie incurabili, lotte fratricide, guerre di conquista, razzie di predoni. Ecco allora il gran numero di statue di San Sebastiano, rappresentato come bersaglio alla colonna delle frecce dei carnefici e invocato come protettore contro la peste, il flagello scagliato periodicamente dal cielo per ammonire gli uomini peccatori. Straordinarie figure quelle dell’arcangelo Raffaele e di Tobiolo del museo di Cascia: la creatura alata accompagna lo spaurito bambino nel rischioso viaggio, prefigurando il culto degli angeli custodi stranamente imposto nel 1670 alla chiesa universale da Clemente X, l’Emilio Altieri per un quarantennio cardinale vescovo di Camerino. O ancora, l’incredibile Santa Lucia di Varano, rappresentata come principessa rinascimentale che impassibile si lascia trafiggere la gola dall’acuminato del pugnale.
La devozione è il filo conduttore che guida alla riscoperta della beata Camilla Battista da Varano (1458-1524) come committente di opere lignee. Figlia di Giulio Cesare (†1502), Signore di Camerino, monaca clarissa e mistica, è una delle rare letterate del suo tempo e in assoluto grandissima scrittrice. La mostra presenta un gruppo di opere in legno a lei legate, fra le quali un’immagine del bambino Gesù, che viene esposta accanto agli abiti e ai gioielli settecenteschi con cui era ornata fino al momento recente del restauro. Un’inveterata tradizione orale vuole l’opera donata alla da Varano dal beato Pietro da Mogliano, minore osservante, circostanza questa che consente di ascrivere la figurina agli anni 1484-1490, durante i quali il francescano fu padre spirituale della monaca e Domenico Indivini lavorò a Camerino nel suo convento per realizzare il meraviglioso coro. Se non è concesso di accertare la veridicità della tradizione, è opportuno ricordare che il culto di Gesù Bambino fu diffuso dai francescani… Non è da escludere inoltre che il beato abbia voluto donare alla figlia spirituale una scultura che, attraverso il gesto del ditino sul mento ( il c. d. signum arpocraticum), ricordava l’importanza del silenzio per una religiosa. Un’ulteriore leggenda si lega al Bambinello: animatosi tra le braccia di Camilla, avrebbe rifiutato di restituire l’anellino che la mistica gli avrebbe infilato per gioco portando l’indice al mento. La leggenda recupera forse la metafora delle nozze mistiche, ricorrente nella vita spirituale di molte sante e riproposta da Camilla Battista nel Trattato della purità del cuore con riferimento al Cantico dei Cantici.
La presenza di sculture lignee nel territorio camerte è solo un aspetto della diffusione straordinaria di opere d’arte qui attuatasi tra Quattrocento e Cinquecento che, oltre ad esprimere un forte e condiviso senso del sacro, segnala come situazione di base propizia una fervida dinamicità economica del territorio, principalmente mercantile, in grado di consentire tanti investimenti. Non esiste chiesa nel territorio, dalla piccola pieve di campagna alla cattedrale, che non conservi i relitti della complessa facies culturale, attestata da importanti cicli di affreschi o solo da ex voto straordinari, da splendenti polittici o almeno da raffinate oreficerie, e - infine - da ammalianti simulacri lignei policromi, emersi ben ultimi all’attenzione degli studiosi e del pubblico.
Risultano questi diffusi su un vasto territorio che valica i possedimenti varaneschi e la diocesi camerte e va da Macerata a Sanseverino Marche, da Camerino a Visso e tocca alcuni centri della Valnerina: le immagini notoriamente viaggiano e la loro diffusione non attesta necessariamente l’esistenza di molte botteghe… Il corpus di sculture raccolte sotto la convenzionale etichetta del ‘Maestro della Madonna di Macereto’, ma per il momento distribuibili almeno a tre artefici, colpisce per la sua straordinaria omogeneità stilistica, ribadita da una limitata varietà di soggetti, quasi esclusivamente Crocefissi, Madonne col Bambino (sedute o in piedi), immagini di santi e in primo luogo San Sebastiano, ma anche Santa Caterina, Santa Lucia, San Rocco. Certamente i maestri del legno rappresentati nella esposizione, attivi dagli anni settanta del XV secolo fino ai trenta del XVI secolo, si confrontano serratamene nel proporre soluzioni tecniche, linguistiche e iconografiche poco dissimili e tali da orientare in senso unitario l’intera loro produzione. Questa standardizzazione, così in anticipo sull’epoca della riproducibilità tecnica, è con ogni probabilità imposta da peculiari dinamiche di bottega e, insieme, da esigenze legate al culto.
La scultura lignea, nei suoi stilemi, schemi e modelli, è molto più conservativa della pittura, certo in relazione alla materia utilizzata e ad un sapere artigianale specifico (assemblaggio dei legni, riporto delle misure, tecniche di policromatura e doratura), che passa da maestro ad apprendista e in alcuni casi impone anche la ripetizione protratta di alcune soluzioni stilistiche. Così, ad esempio, una trovata per raffigurare i capelli ricorre inalterata in tutte le sculture esposte: le chiome sono realizzate con l’alternanza di fenditure profonde e superficiali al fine di creare ciocche piatte su cui stendere con facilità la foglia d’oro.
Ma la conservazione dello stile e degli schemi iconografici si lega anche ad esigenze di tipo devozionale: la statua di culto suscita venerazione e acquista autorevolezza quanto più si inserisce in una tradizione consolidata, si adegua ‘alle immagini dello stesso tipo che l’hanno preceduta’ e, soprattutto, ripete uno schema figurativo che già si è rivelato capace di favorire l’intervento salvifico del rappresentato. Spesso la scultura cultuale, facile da riconoscere e ricordare, viene prodotta sull’esempio d’un precedente simulacro particolarmente miracoloso, cui lo scultore deve talora adeguarsi anche ‘per contratto’.
Infine la standardizzazione iconografica e stilistica, che caratterizza ad esempio le numerose “repliche” della Madonna di Macereto o le molte statue di San Sebastiano, trova forse una giustificazione nel legame che questi manufatti avevano con le cerimonie rituali che venivano compiute su di loro o presso di loro: celebrazioni liturgiche vere e proprie, vestizioni, esposizioni abituali o eccezionali, trasporti in processione…
Occorre l’apporto di conoscenze diverse per ricostruire la rete di relazioni sociali, economiche e lavorative che videro nascere queste sculture: dalle ricerche finora effettuate emerge con assoluta chiarezza che la documentazione sulla scultura è più rara e forse fin dall’origine più scarsa di quella sulla pittura. Certamente tra Marche e Umbria mancano i grandi Compianti e i Presepi della tradizione lombarda o campana, opere troppo impegnative per essere intraprese senza formali commissioni; qui gli scultori del legno producevano quasi esclusivamente statue votive singole per le quali non era necessario sollecitare l’intervento costoso d’un notaio; almeno alcuni crocifissi erano spesso disponibili in bottega per l’acquisto...
Scolpire il legno non è facile come a volte si sostiene: vero è che la materia prima è più economica e leggera del marmo o del bronzo e il lavoro prima dell’assemblaggio finale può essere più facilmente suddiviso e delegato e perfezionato col ricorso a splendenti policromie.
Dalla ricerca d’archivio stanno emergendo alcuni dati e alcune circostanze rivelatrici che aiutano a fendere la nebbia: se nessuna delle Madonne, per una curiosa coincidenza, ha svelato i suoi segreti, sono santi e crocifissi a fornire finalmente un possibile bando della storia.